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Dagli scarti all’energia pulita: Graded sperimenta mini-centrali biologiche per le aziende agricole

Dagli scarti all’energia pulita: Graded sperimenta mini-centrali biologiche per le aziende agricole

Trasformare gli scarti agricoli in energia elettrica pulita, direttamente nei luoghi in cui vengono prodotti. È questa la prospettiva aperta dalla sperimentazione promossa da Graded, società napoletana attiva nel settore energetico e guidata da Vito Grassi, che punta a valorizzare residui della filiera agroalimentare come finocchi, sedano e sansa d’oliva attraverso l’impiego di speciali comunità batteriche. Una tecnologia ancora in fase di sviluppo, ma già capace di indicare una strada concreta per l’economia circolare e per la transizione ecologica delle aziende agricole.

I risultati della ricerca sono stati presentati a Gaeta, nel suggestivo scenario del Castello Angioino-Aragonese, durante la 13ª edizione della conferenza internazionale Photosynthesis and Hydrogen Energy Research for Sustainability, appuntamento scientifico dedicato alla fotosintesi, all’idrogeno e ai nuovi vettori energetici sostenibili. La sperimentazione, finanziata da Graded, rientra nelle attività del Centro Nazionale di Ricerca Agritech, iniziativa sostenuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi del PNRR – Next Generation EU, nell’ambito della Missione 4 dedicata a istruzione, ricerca e innovazione.

Alla base del progetto c’è una collaborazione tra mondo industriale e sistema accademico. La ricerca coinvolge l’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, l’Università di Salerno, il Distretto tecnologico ATENA Scarl e Graded, rappresentata dall’agronomo Luca Scognamiglio, che ha partecipato alle prove sperimentali. L’obiettivo comune è sviluppare soluzioni energetiche sostenibili, replicabili e integrate con le esigenze del comparto agricolo, trasformando ciò che normalmente viene considerato un residuo in una fonte di valore.

Per Vito Grassi, amministratore delegato di Graded, la sperimentazione conferma il ruolo decisivo dell’alleanza tra ricerca e impresa nella costruzione di modelli produttivi più sostenibili. L’innovazione, in questo caso, non consiste soltanto nel produrre energia rinnovabile, ma nel cambiare lo sguardo sugli scarti agricoli: da costo di smaltimento a risorsa energetica locale, da problema ambientale a opportunità per le imprese e per i territori.

Il cuore tecnologico del progetto è rappresentato dalle Celle Combustibili Microbiche, conosciute anche come MFC. Si tratta di dispositivi biologici capaci di convertire la materia organica in corrente elettrica grazie all’attività metabolica di batteri provenienti dal compost. Durante la degradazione degli scarti, i microrganismi rilasciano elettroni che possono essere raccolti dagli elettrodi e trasformati in energia. In questo modo, residui come sedano, finocchi e sansa d’oliva diventano il “carburante” naturale di piccole batterie biologiche.

Un elemento innovativo riguarda anche la costruzione delle celle. Le strutture esterne sono state realizzate con stampanti 3D utilizzando PLA, una plastica biodegradabile che consente di ridurre l’impatto ambientale dei dispositivi. All’interno, spazzole in fibra di carbonio offrono ai batteri una superficie favorevole alla crescita, mentre una parete a contatto con l’aria consente di utilizzare l’ossigeno per completare la reazione elettrochimica. La combinazione di questi elementi permette di mantenere contenuta la resistenza interna del circuito e di favorire una produzione elettrica stabile.

La sperimentazione si distingue perché ha superato la fase dei test basati su sostanze artificiali, utilizzando veri scarti agricoli e agroalimentari. Finocchi, sedano e sansa d’oliva sono stati impiegati come substrati per alimentare le comunità batteriche, avvicinando così la ricerca alle condizioni reali delle aziende agricole e delle imprese di trasformazione. È un passaggio importante, perché consente di valutare la tecnologia non solo in laboratorio, ma in relazione ai materiali effettivamente disponibili nelle filiere produttive.

I test condotti con strumenti di monitoraggio continuo hanno confermato che i batteri sono in grado di generare energia in modo costante e stabile. La fase successiva sarà dedicata alla misurazione della resa energetica dei singoli scarti, così da comprendere quali residui offrano le migliori prestazioni e in quali condizioni operative. Parallelamente, i ricercatori lavoreranno al collegamento di più celle tra loro, secondo un modello modulare simile a quello delle batterie in serie, con l’obiettivo di aumentare la potenza complessiva prodotta.

La prospettiva è quella dello scale-up, cioè il passaggio dalla dimensione sperimentale a una possibile applicazione più ampia. In futuro, le aziende agricole potrebbero dotarsi di sistemi modulari capaci di produrre energia pulita a partire dai propri residui, riducendo i costi di smaltimento e contribuendo alla propria autonomia energetica. Non si tratta di immaginare grandi impianti centralizzati, ma una rete diffusa di mini-centrali biologiche, integrate nei territori e nelle filiere locali.

In questo scenario, la bioenergia dagli scarti agricoli diventa uno strumento concreto per rafforzare la sostenibilità del comparto agroalimentare. La tecnologia delle celle combustibili microbiche può infatti contribuire a ridurre l’impatto ambientale, valorizzare risorse altrimenti inutilizzate e promuovere un modello produttivo più efficiente. Per il Mezzogiorno, e in particolare per un territorio a forte vocazione agricola e agroindustriale come la Campania, si tratta di una prospettiva particolarmente significativa.

Il progetto presentato da Graded a Gaeta indica dunque una direzione chiara: fare della ricerca applicata un motore di innovazione industriale e territoriale. Sedano, finocchi e sansa d’oliva diventano il simbolo di una nuova filiera energetica sostenibile, in cui gli scarti non vengono più semplicemente eliminati, ma reinseriti in un ciclo virtuoso di produzione. La sfida ora sarà consolidare i risultati, aumentare la potenza generata e rendere questa tecnologia sempre più vicina alle esigenze operative delle imprese agricole.

Se lo sviluppo industriale confermerà le premesse della sperimentazione, le aziende agricole del futuro potranno trasformarsi in piccole centrali energetiche a impatto ridotto, capaci di produrre elettricità pulita dai propri residui. È una visione che unisce innovazione, sostenibilità e autonomia energetica, e che conferma il ruolo della ricerca come leva fondamentale per costruire nuove economie circolari nei territori.

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